A cavallo di un fuoco d’artificio

Sogni, desideri, progetti narrativo realistico A cavallo di un fuoco d’artificio Emanuela Nava (testi), Ciliegie e bombe, Giunti Junior Io, l’Italia, quando vivevo a Svadevic, manco sapevo dov’era. O sì che lo sapevo, ma era solo un paese colorato su una carta geografica. Invece adesso mi tocca viverci, in questo posto straniero, fatto di gente straniera, che parla una lingua straniera. E il bello è, che se non mi sforzo io di imparare l’italiano, qui nessuno si degna di spiccicare qualche parola in slavo. Se ci fosse la mia mamma non avreste il coraggio di trattarmi così, lo sapete? - La tua mamma era così bella che la morte se l’è portata via - così mi disse la vicina di casa quel giorno che pioveva. Gridai fino a perdere la voce. Poi entrai in un mobiletto basso che avevo in camera, perché volevo un posto piccolo dove nascondermi e piansi per tre giorni interi, e forse anche per un mese o più, non lo ricordo bene. Ma quando finalmente uscii la mia mamma era lì che mi guardava dalla foto del cassettone e disse: - Ciao Dragan. Sono andata in cielo a cavallo di un fuoco d’artificio. La mia mamma quando c’era la luna piena si sedeva davanti a casa e ascoltava la voce del cielo. - Senti il canto degli astri Dragan? La luna e le stelle suonano la musica lieve di un carillon. Ma quando cominciarono a sparare più forte, i fucili facevano così rumore che anche gli uccelli notturni diventarono silenziosi. E dalla luna scese solo un suono di ferraglia. - Quando c’è la guerra, gli ingranaggi del cielo arrugginiscono - disse la mia mamma. Qui all’istituto mi hanno chiesto se ho uno zio o un cugino da qualche parte. Io non mi ricordo. Al campo profughi dicevano che i miei parenti erano tutti morti. Io non so bene che cosa voglia dire morire, ma il mio maestro diceva che era un po’ come fare un viaggio. Strategie! Quando racconti qualcosa è importante che chi ti ascolta segua con interesse, senza annoiarsi. Cerca pertanto di non essere troppo lungo e di non divagare perdendo il filo del discorso. Parliamone insieme Il minimo che si può fare per aiutare chi è costretto a vivere nel nostro Paese senza conoscerne gli usi e la lingua è “mettersi dalla sua parte”, sforzarsi di capirlo e aiutarlo. Ti è capitato di incontrare bambini in questa situazione? Tu stesso l’hai vissuta? Racconta. Sai che cos’è un campo profughi? Parlane con l’insegnante.
Sogni, desideri, progetti narrativo realistico A cavallo di un fuoco d’artificio Emanuela Nava (testi), Ciliegie e bombe, Giunti Junior Io, l’Italia, quando vivevo a Svadevic, manco sapevo dov’era. O sì che lo sapevo, ma era solo un paese colorato su una carta geografica. Invece adesso mi tocca viverci, in questo posto straniero, fatto di gente straniera, che parla una lingua straniera. E il bello è, che se non mi sforzo io di imparare l’italiano, qui nessuno si degna di spiccicare qualche parola in slavo. Se ci fosse la mia mamma non avreste il coraggio di trattarmi così, lo sapete? - La tua mamma era così bella che la morte se l’è portata via - così mi disse la vicina di casa quel giorno che pioveva. Gridai fino a perdere la voce. Poi entrai in un mobiletto basso che avevo in camera, perché volevo un posto piccolo dove nascondermi e piansi per tre giorni interi, e forse anche per un mese o più, non lo ricordo bene. Ma quando finalmente uscii la mia mamma era lì che mi guardava dalla foto del cassettone e disse: - Ciao Dragan. Sono andata in cielo a cavallo di un fuoco d’artificio. La mia mamma quando c’era la luna piena si sedeva davanti a casa e ascoltava la voce del cielo. - Senti il canto degli astri Dragan? La luna e le stelle suonano la musica lieve di un carillon. Ma quando cominciarono a sparare più forte, i fucili facevano così rumore che anche gli uccelli notturni diventarono silenziosi. E dalla luna scese solo un suono di ferraglia. - Quando c’è la guerra, gli ingranaggi del cielo arrugginiscono - disse la mia mamma. Qui all’istituto mi hanno chiesto se ho uno zio o un cugino da qualche parte. Io non mi ricordo. Al campo profughi dicevano che i miei parenti erano tutti morti. Io non so bene che cosa voglia dire morire, ma il mio maestro diceva che era un po’ come fare un viaggio. Strategie! Quando racconti qualcosa è importante che chi ti ascolta segua con interesse, senza annoiarsi. Cerca pertanto di non essere troppo lungo e di non divagare perdendo il filo del discorso. Parliamone insieme  Il minimo che si può fare per aiutare chi è costretto a vivere nel nostro Paese senza conoscerne gli usi e la lingua è “mettersi dalla sua parte”, sforzarsi di capirlo e aiutarlo.   Ti è capitato di incontrare bambini in questa situazione? Tu stesso l’hai vissuta? Racconta.   Sai che cos’è un campo profughi? Parlane con l’insegnante.