Il razzista ha paura

Mi piace, non mi piace argomentativo Il razzista ha paura Tahar Ben Jelloun, Il razzismo spiegato a mia figlia, Bompiani In questo testo Tahar Ben Jelloun, romanziere e giornalista marocchino, sollecitato dalle domande della figlia, cerca di spiegarle che cosa significa essere razzisti. - Papà credi che io potrei diventare razzista? - Diventarlo è possibile: tutto dipende dall’educazione che avrai ricevuto. Tanto vale saperlo e impedirsi di esserlo, ovverosia, tanto vale accettare l’idea di essere anche noi capaci, un giorno, di avere sentimenti e comportamenti di rigetto nei confronti di qualcuno che non ci ha fatto niente, ma è differente da noi. È una cosa che capita spesso. Ciascuno di noi, un giorno, può fare un gesto brutto, provare un sentimento cattivo. Quando uno è turbato da un essere che non gli è familiare, allora può pensare di essere meglio di lui; prova un sentimento sia di superiorità sia di inferiorità nei suoi riguardi, lo rifiuta, non vuole saperne di averlo come vicino, tantomeno come amico, semplicemente perché si tratta di qualcuno di diverso. - Diverso? - La diversità è il contrario della rassomiglianza, di ciò che è identico. La prima differenza evidente è quella del sesso. L’uomo è differente dalla donna. E viceversa. Ma quando si tratta di quel tipo di differenza, in generale, c’è attrazione. In altri casi, colui che chiamiamo diverso ha un altro colore di pelle rispetto a noi, parla un’altra lingua, cucina in altro modo, ha altri costumi, un’altra religione, altre abitudini di vita, di fare festa, eccetera. Ci sono differenze che si manifestano attraverso l’aspetto fisico (la statura, il colore della pelle, i lineamenti del viso, eccetera) e poi ci sono le differenze di comportamento, di mentalità, di credenze, eccetera. - Allora al razzista non piacciono le lingue, le cucine e i colori che non siano i suoi? - No, non è necessariamente così: un razzista può amare e imparare altre lingue perché ne ha bisogno nel suo lavoro, o nei suoi svaghi, ma può ugualmente manifestare un giudizio negativo e ingiusto sui popoli che parlano quelle lingue. Allo stesso modo, potrebbe rifiutare di affittare una camera a uno studente straniero, per esempio vietnamita, eppure apprezzare il cibo dei ristoranti asiatici. Il razzista è colui che pensa che tutto ciò che è troppo differente da lui lo minacci nella sua tranquillità. - È dunque il razzista che si sente minacciato? - Sì, perché ha paura di chi non gli rassomiglia. Il razzista è qualcuno che soffre di un complesso di inferiorità o di superiorità. Il risultato è lo stesso, perché il suo comportamento, in un caso o nell’altro, sarà di disprezzo. E dal disprezzo la collera. Ma il razzista sbaglia collera. - Ha paura? - L’essere umano ha bisogno di sentirsi rassicurato. Non gli piace troppo ciò che rischia di turbare le sue certezze. Si può avere paura quando si è al buio, perché quando tutte le luci sono spente non si vede cosa ci potrebbe capitare. Ci si sente senza difese di fronte all’imprevedibile. Si immaginano cose orribili. Senza ragione. Non è logico. Talvolta non c’è niente che possa giustificare la paura, eppure si ha paura. Si può ragionare quanto si vuole, ma si reagisce come se la minaccia fosse reale. Il razzismo non è qualcosa di giusto o di ragionevole. Comprendo Interpretare Quale tesi sul razzismo sostiene l’autore del testo? Tutti i popoli della Terra sono razzisti. Il razzismo nasce dalla paura del diverso. A nessuno piacciono le lingue parlate dagli altri. Per sostenere la sua tesi e farla capire alla figlia, l’autore: racconta una leggenda vietnamita. riporta il pensiero di vari studiosi. fa esempi di comportamenti razzisti. Parliamone insieme Quale idea hai tu del razzismo? Hai assistito a qualche episodio di razzismo? Ti sono sembrate convincenti le spiegazioni date dall’autore del testo? Che cosa aggiungeresti? Discutete di questo tema in classe. Ognuno interverrà aspettando il proprio turno e sostenendo la propria opinione con argomenti chiari e coerenti.

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Il razzista ha paura

Tahar Ben Jelloun, Il razzismo spiegato a mia figlia, Bompiani


In questo testo Tahar Ben Jelloun, romanziere e giornalista marocchino, sollecitato dalle domande della figlia, cerca di spiegarle che cosa significa essere razzisti.

- Papà credi che io potrei diventare razzista?

- Diventarlo è possibile: tutto dipende dall’educazione che avrai ricevuto. Tanto vale saperlo e impedirsi di esserlo, ovverosia, tanto vale accettare l’idea di essere anche noi capaci, un giorno, di avere sentimenti e comportamenti di rigetto nei confronti di qualcuno che non ci ha fatto niente, ma è differente da noi. È una cosa che capita spesso. Ciascuno di noi, un giorno, può fare un gesto brutto, provare un sentimento cattivo. Quando uno è turbato da un essere che non gli è familiare, allora può pensare di essere meglio di lui; prova un sentimento sia di superiorità sia di inferiorità nei suoi riguardi, lo rifiuta, non vuole saperne di averlo come vicino, tantomeno come amico, semplicemente perché si tratta di qualcuno di diverso.

- Diverso?

- La diversità è il contrario della rassomiglianza, di ciò che è identico. La prima differenza evidente è quella del sesso. L’uomo è differente dalla donna. E viceversa. Ma quando si tratta di quel tipo di differenza, in generale, c’è attrazione. In altri casi, colui che chiamiamo diverso ha un altro colore di pelle rispetto a noi, parla un’altra lingua, cucina in altro modo, ha altri costumi, un’altra religione, altre abitudini di vita, di fare festa, eccetera. Ci sono differenze che si manifestano attraverso l’aspetto fisico (la statura, il colore della pelle, i lineamenti del viso, eccetera) e poi ci sono le differenze di comportamento, di mentalità, di credenze, eccetera.

- Allora al razzista non piacciono le lingue, le cucine e i colori che non siano i suoi?

- No, non è necessariamente così: un razzista può amare e imparare altre lingue perché ne ha bisogno nel suo lavoro, o nei suoi svaghi, ma può ugualmente manifestare un giudizio negativo e ingiusto sui popoli che parlano quelle lingue. Allo stesso modo, potrebbe rifiutare di affittare una camera a uno studente straniero, per esempio vietnamita, eppure apprezzare il cibo dei ristoranti asiatici. Il razzista è colui che pensa che tutto ciò che è troppo differente da lui lo minacci nella sua tranquillità.

- È dunque il razzista che si sente minacciato?

- Sì, perché ha paura di chi non gli rassomiglia. Il razzista è qualcuno che soffre di un complesso di inferiorità o di superiorità. Il risultato è lo stesso, perché il suo comportamento, in un caso o nell’altro, sarà di disprezzo. E dal disprezzo la collera. Ma il razzista sbaglia collera.

- Ha paura?

- L’essere umano ha bisogno di sentirsi rassicurato. Non gli piace troppo ciò che rischia di turbare le sue certezze. Si può avere paura quando si è al buio, perché quando tutte le luci sono spente non si vede cosa ci potrebbe capitare. Ci si sente senza difese di fronte all’imprevedibile. Si immaginano cose orribili. Senza ragione. Non è logico. Talvolta non c’è niente che possa giustificare la paura, eppure si ha paura. Si può ragionare quanto si vuole, ma si reagisce come se la minaccia fosse reale. Il razzismo non è qualcosa di giusto o di ragionevole.